Continua la mia raccolta di Spiragli.
Le cose rimangono piuttosto pesanti, depresse e cariche d’ansia.
Questo è il mio stato d’animo o comunque ciò che riesco meglio a esprimere.
Devo buttare fuori tutto questo accumulo di odio, rabbia, tristezza e vuoto.

V

C’è una cosa chiamata Ansia che scorre nelle mie vene.
È nell’aria che respiro e nell’acqua che bevo.
Pulsa tra gli intrighi del tempo che passa. Non pensa e non prova sentimenti; è la mia piaga. Una condanna.

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[Shiki Ryougi 両儀 式]

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So molto bene di essere incredibilmente lento nel pubblicare questi articoli ma tendo a parlare di tante cose che mi piacciono e così perdo di vista gli obiettivi primari iniziando a scrivere di tutto e di più. Inoltre dovrei smetterla di iniziare questo tipo di articoli con delle scuse, inizio a diventare ripetitivo.
Comunque torniamo a parlare dei mostri dell’Universal e in questo caso non solo di uno dei migliori film di questo filone fin oggi, ma anche uno di quei seguiti capaci di essere migliori del primo capitolo. E soprattutto è uno dei miei film preferiti in assoluto, un’opera che mi è rimasta nel cuore e a cui cercherò di rendere giustizia al massimo delle mie capacità.

Ecco a voi La moglie di Frankenstein (Bride of Frankenstein), un gotico del 1935 diretto dal leggendario James Whale.

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Trama:
Il film inizia con Mary Shelley che, in una villa a Ginevra, narra a suo marito Percy Shelley e al suo amico George Byron il seguito della storia di Frankenstein.
Il mostro è riuscito a fuggire dall’incendio nel mulino mentre Henry Frankenstein, dopo gli eventi traumatici da lui trascorsi, promette ad Elizabeth di abbandonare i suoi esperimenti. Purtroppo poco dopo arriva il Dottor Septimus Pretorius che propone a Henry un’idea folle: creare una moglie per il mostro e dar vita così a una razza di uomini artificiali. Henry ovviamente rifiuta la proposta ma in seguito si ritroverà costretto ad assecondare questa follia.

Come ben sappiamo Frankenstein ebbe un successo incredibile e l’Universal voleva a tutti i costi un seguito. James Whale però non voleva. Secondo lui aveva detto tutto quello che c’era da dire sul mostro e per questo motivo decise di occuparsi di altro e infatti diresse L’Uomo Invisibile di cui abbiamo già parlato (oltre ad altre pellicole come lo stupendo The Old Dark House e A lume di candela per citarne alcuni). L’Universal comunque continuava a fare pressioni e alla fine James Whale decise di dirigere questo seguito ma alla sue condizioni, ossia libertà artistica. L’Universal e Carle Laemmle Jr. accettarono, soprattutto quest’ultimo che ormai aveva una fiducia sconfinata sulla bravura di Whale e credva che quel regista fosse la persona giusta per dirigere il secondo capitolo.

In questo caso Whale non solo ebbe un budget più elevato ma anche molto più tempo per lavorare meglio alle scene. Ciò che diede molto problemi all’inizio fu la sceneggiatura. Furono tanti gli sceneggiatori che lavorarono alla storia ma Whale non era per niente soddisfatto del loro lavoroRespinse parecchi copioni fino a quando non si arrivò a una storia definitiva che combinava vari elementi delle versioni precedenti. Coloro che riuscirono a convincere Whale furono William J. Hurlbut ed Edmund Pearson ma non va dimenticato il lavoro fatto da John L. Balderston che suggerì di utilizzare l’idea di una compagna per il mostro come nel libro.

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Nonostante ciò, durante la lavorazione della pellicola, Whale aggiunse diverse cose come ad esempio la scena degli uomini nelle boccette del Dottor Pretorius. Una parte del film molto bizarra ma allo stesso tempo favolosa dove Whale riesce con ottimi trucchi a ar sembrare veramente minuscole quelle persone. Una scena che Whale adorava e non voleva che fosse tagliata era il prologo con Mary Shelley. La scena venne messa ma fu in parte tagliata per via di alcune scene in cui la scollatura della Shelly era troppo evidente.
Anche se era riuscito a ottenere una certa libertà creativa, Whale fu costretto a tagliare e, nella maggior parte dei casi, a modificare alcune parti. Whale però era una persona molto cocciuta e pure furba così nelle parti che modificava dava lo stesso significato originale soltando che era sottointeso.
Tra le tante parti che furono tolte durante la realizzazione del film c’è quella il cui il mostro scambia Gesù sul crocifisso come un essere sofferente e cerca di salvarlo. Al suo posto venne messa una parte in cui il mostro, adirato, fa cadere la statua di un vescovo. Questa scena non fu censurata perché Whale, furbamente, non la mise nel copione e la censura non potè far nulla.
Ci furono parecchi tagli anche per quanto riguarda gli omicidi, considerati troppo. Anche un dialogo in cui Pretorius si burla del concetto di esistenza e creazione subì dei cambiamenti ma qui Whale, anche se cambiò un pochino il dialogo, gli diede lo stesso significato.

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Avendo più libertà creativa, il regista mise nel film la sua ironia così come aveva fatto con The Old Dark House e L’uomo Invisibile. Whale chiamò Una O’Connor, con cui aveva già lavorato ne L’Uomo Invisibile, e le diede la parte di Minnie, una domestica dei Frankenstein. Un personaggio sempre attivo che non smette mai di parlare e racconta di tutto in giro (che sia vero o falso non importa) e che personalmente mi fa morire dal ridere. La prima volta che incontra il mostro fa un’espressione e un urlo che mi ha piegato in due. Oltre al personaggio di Minnie c’è anche il Borgomastro che sembra non avere quasi mai il controllo della situazione e poi c’è il dottor Pretorius.
Il dottor Pretorius tende a farsi beffe di molti argomenti delicati (come l’esistenza) ed è stato lui a introdurci alla scena delle persone in bottiglia. E qui si ironizza tanto sui ruoli di questi piccoli umani creati con la magia nera (esatto, viene introdotta una sorta di magia nera) anche perché sono re, regine, vescovi e altri personaggi molto importanti e con grande potere ma, in questa situazione, chiusi in quelle bottiglie, fanno solo ridere.

Boris Karloff e Colin Clive tornarono rispettivamente nel ruolo della Creatura e del dottor Frankenstein, anche se alcuni non erano sicuri di Clive visto che il suo problema con l’alcol era peggiorato parecchio. Whale lo volle comunque nella parte visto che riusciva a dare una grande carica tragica al suo personaggio. Chi invece non tornò fu Mae Clarke per problemi di salute e perciò il ruolo di Elizabeth venne affidato a Valerie Hobson. Il ruolo del dottor Pretorius venne dato a Ernest Thesiger mentre trovo molto interessante la scelta di Whale nell’affidare a Elsa Lanchaster non solo la parte di Mary Shelley ma anche quello della Moglie di Frankenstein.
Ciò che più ho apprezzato della pellicola, oltre al lato tecnico che descriverò più tardi, sono i personaggi e il modo con cui interagiscono.

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Innanzitutto trovo orignale e interessante il dottor Pretorius. Lui è una grande novità perché, se ci pensate bene, nelle altre pellicole sui mostri dell’Universal c’erano sempre personaggi dottori che facevano la morale e che mettevano in guardia sul giocare con le forze del male o a creare la vita che sia esso un Van Helsing o un dottor Waldman. Qui invece Pretorius è una figura negativa, una specie di Mefistofele che non solo non critica l’operato di Frankenstein, anzi, lo elogia e lo incita a continuare e ad andare oltre. Un personaggio affascinante e diverso dal solito.
Henry Frankenstein invece qui ha capito che non bisogna giocare a fare il Dio e si tiene alla larga da Pretorius nonostante ci sia in lui un pizzico di curiosità. Il trauma della Creatura però si è radicato in lui e vorrebbe mantenere la promessa fatta ad Elizabeth.
Colui che invece ha avuto l’evoluzione più interessante di tutti è stata la Creatura. Un cambiamento grande che venne fatto fu il permettergli di parlare, con un vocabolario molto ridotto ma comunque parlare. Karloff inizialmente non era d’accordo con questa scelta perché aveva paura che ciò potesse compromettere la caratterizzazione del personaggio. Fortunatamente si sbagliava. Come avevo già detto nell’articolo su Frankenstein, la Creatura è un bambino appena nato dentro un corpo enorme e deforme ed è normale che andando avanti impari certe cose come ad esempio il linguaggio. Purtroppo lui continua a vivere in un mondo in cui le persone continua a dargli la caccia e per questo comincia a sentirsi solo. Sarà così che inizierà a cercare un contatto umano ed è su questo che Pretorius farà pressione mettendo in testa al mostro l’idea di avere una compagna, una moglie.

Ora concentriamoci invece nei rapporti tra i personaggi tra cui quello tra il mostro e l’eremita cieco. Dopo essere fuggito dalla folla inferocita (che è più terrificante del mostro a mio avviso), la Creatura si rifugia in una casetta nei boschi dove vive questo vecchio non vedente. Nonostante la cecità, l’eremita capisce che l’ospite ha bisogno di aiuto e lo invita ad accomodarsi. Questa è la seconda volta che il mostro viene trattato con affetto da qualcuno dopo la bambina del primo film. Il vecchio non solo l’accoglie ma gli da anche un letto su cui riposare dopo tanti tormenti e ringrazia il Signore per aver trovato un amico. Questa è una delle scene più belle e commuoventi di tutto il film dove non c’è la benché minima traccia di ironia. Loro due sono persone che sono sono state isolate dagli altri per le loro differenze e che adesso contano l’uno sull’altro. Ed è veramente dolce vedere il mostro piangere per l’affetto ricevuto.

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Un’altra scena meravigliosa sia per messa in scena che per impatto emotivo è la nascita della Moglie. Parleremo in seguito del suo design, che rimane tutt’ora uno dei più belli che abbia mai visto, e ci concentreremo nel parlare della scena in se. Quando lei nasce, attraverso la scienza di Henry e la magia nera di Pretorius, è confusa e sperduta come una bambina e quando si accorge del mostro urla spaventata. Questa scena è crudele perché la Creatura capisce di essere destinato a rimanere solo per sempre e perché la povera Moglie è stata creata per tenere a bada il mostro e realizzare il folle sogno di una folle persona. Praticamente vediamo a confronto due vittime costrette a vivere in un mondo che non li accetterà mai.
E’ rimasto nella storia il sibillo che la Moglie lancia al mostro. Per realizzarlo Elsa si ispirò al verso che fanno i cigni quando qualcuno si avvicina troppo ai piccoli.

Adesso invece voglio parlare del lato tecnico. Il film è espressionismo puro. Le luci sono tutte artificiali e gli orizzonti sono dipinti con enorme cura. Ciò che ho apprezzato molto è la fotografia di John J. Mescall soprattutto quando vengono ripresi i sngoli personaggi. Il fotografo utilizza una luce centrale e ne aggiunge un’altra che illumina la scena di tre quarti per far risaltare il soggetto sullo sfondo scuro. In questo modo i contorni vengono esaltati dalla luce e questo metodo lo si può vedere chiaramente nella scena con l’eremita o con la nascita della Moglie.

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Bellissime anche le musiche di Franz Waxman che qui compone tre temi musicali dedicati uno a Pretorius, uno al mostro e l’ultimo alla Moglie.

Al trucco torna il leggendario Jack Pierce che modifica leggermente il mostro. Visto che la Creatura è sopravvissuta all’incendio, Pierce decide di aggiungere qualche ustione e ferita e di accorciargli i capelli visto che sono un po’ bruciacchiati. Per la gioia di Karloff c’è stato un piccolo miglioramento col trucco ovvero la fronte, realizzata con la gomma rendendola così migliore e più comoda ( ma per il resto la sessione di trucco rimase comunque pesante).
Per quando riguarda l’aspetto della Moglie, si è presa come ispirazione Nefertiti e infatti rimane impresso quel taglio di capelli con quella striscia bianca nel mezzo. Sono presenti anche brutte cicatrici sotto il mento e sul collo. Alla Lanchaster non piacque tanto lavorare con Pierce visto che, secondo lei, lui sembrava una specie di Dio che gioca con le sue creazioni.

La Moglie di Frankenstein è uno dei film più belli mai fatti senza se e senza ma. Una perla cinematografica che ancora adesso riesce a sorprendere e ad emozionare. Io stesso mi commuovo ogni volta che vedo l’incontro tra la Creatura e l’eremita o l’urlo della Moglie e la consapevolezza sulla faccia del mostro di non avere un futuro. E’ un’opera stupenda che tutti dovrebbero recuperare che siate o non amanti del genere horror e gotico.

Spero vivamente che la recensione vi sia piaciuta.
Alla prossima!

 [The Butcher]

Nelle sale è uscito il terzo capitolo di Annabelle, spin-off di The Conjuring, e ho deciso quindi di parlare non solo di quest’ultimo film ma anche dei due precedenti.
Quindi, senza perdere altro tempo, iniziamo con il parlare di Annabelle, horror del 2014, diretto da John R. Leonetti.

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Trama:
Siamo nel 1962 e John e Mia sono una giovane coppia che aspettano il loro bambino. Mia è appassionata di bambole così John le regalal la bambola che in seguito diventerà Annabell. Una notte due aggressori uccidono i loro vicini e tentano di far fuori anche Mia. John e la polizia riescono a farmare uno dei due mentre l’altra, chiamata Annabelle, si suicida con in mano la bambola.
Dopo questo evento inizierà l’incubo.

John R. Leonetti è stato per molti anni direttore della fotografia. E per molto tempo ha lavorato nelle pellicole di James Wan a partire da Dead Silence. Dopo l’enorme successo di The Conjuring e del personaggio di Annabelle, si è deciso di iniziare un The Conuring Universe (l’ho sempre detto che gli anni 2000 verranno ricordati per gli universi condivisi) iniziando proprio con quella bambola. John R. Leonetti è stato chiamato per dirigere il film e quel che ne è venuto fuori è una pellicola molto mediocre.

Annabelle non è un bel film e ha parecchi difetti che elencherò pian piano. Il primo fra tutti è la regia. L’errore che commette Leonetti è quello di ricopiare lo stile di Wan senza riuscirci. Wan nelle sue pellicole è sempre riuscito a creare un’ottima tensione che poi fa esplodere dopo molto tempo, a volte smorzando anche la tensione e colpire quando meno te l’aspetti. Inoltre è sempre stato bravo a utilizzare la macchina da presa creando una messa in scena convincente e momenti horror che sono rimasti impressi. Leonetti non riesce a gestire bene la situazione e in certi momenti neanche la tensione e quando ci riesce tende a spezzarla subito con jumpscares.
Anche la scena che più mi ha convinto del film (e che è presente anche nel trailer) pare la brutta copia di una delle scene più e belle e famose di Schock di Mario Bava.

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Le cose più gravi di tutte però sono la sceneggiatura e i personaggi.
Della coppia protagonista l’unica che è quasi interessante è Mia (anche perché tutti gli eventi accadono a lei) mentre John è completamente inutile, un personaggio piatto e banale che serve quasi da riempitivo. Il prete invece dovrebbe essere il personaggio saggio, con molta esperienza sulle spalle che da consigli utili alla coppia non solo per quanto riguarda la loro vita ma anche su come liberarsi del demone dentro la bambola. Un personaggio che sembra importante ai fini della trama ma che, a conti fatti, non combina niente, ci prova ma fallisce miseramente. L’unico personaggio a cui io mi sia affezionato e che secondo me avrebbe meritato un certo approfondimento è Evelyn. Evelyn è la proprietaria di una libreria e in seguito amica e confidente di Mia. E’ un personaggio che, nonostante compaia poco, riesce a farsi apprezzare e ha una storia interessante (la figlia morta in un incidente stradale, il fatto che abbia sentito la voce della figlia sussurrarle di andare avanti).
Anche l’attrice, Alfre Woodard, riesce a darle un certo carattere che aiuta il personaggio a essere vivo e non un manichino vivente. Ed è anche lei che infine riesce a mettere i bastoni fra le ruote ad Annabelle. Avrei tanto voluto un approfondimento migliore per lei.

Il problema legato alla sceneggiatura riguarda invece la coerenza. Non si capisce bene quale sia l’obiettivo di Annabelle, se prendere possesso del noenato oppure condannare qualcuno all’inferno. Sembrano sciocchezze ma in certi punti non sa neanche lei cosa fare veramente. E anche verso la fine si crea una specie di buco di trama.

Quindi il primo capitolo di Annabelle non è riuscito nel suo intento e si porta dietro parecchi errori e incoerenze che lo penalizzano parecchio. Due scene però mi sono piaciute per come sono state realizzate: la scena alla Schock e la scena dell’ascensore. Per il resto è un film che non consiglio.

Nonostante tutto la pellicola ha riscosso un certo successo che ha portato alla realizzazione del secondo capitolo, Annabelle: Creation, film del 2017 diretto da David F. Sandberg.

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Trama:
Il film comincia nel 1943 e qui Samuel Mullins, un famoso artigiano della zona, produce bambole molto apprezzate e riechieste. Iniseme a lui vivono sua moglie Esther e sua figlia Annabelle. Quest’ultima un giorno viene investita per disgrazia da un’automobile (la bambina è andata sulla strada per raccogliere un bullone). Questo evento distruggerà i due genitori.
Alcuni anni dopo, nel 1955, i Mullins decidono di ospitare momentaneamente le ragazze di un orfanotrofio guidate da suor Charlotte. Tra le orfane c’è anche Janice, una ragazzina con disabilità motorie ad una gamba, la quale scopre in una stanza sigillata una bambola molto strana che semra contenere l’anima di Annabelle.

Dopo l’abbandono di John R Leonetti, la produzione decise di affidare questo prequel a David F. Sandberg, diventato famoso per il suo Lights Out e ultimamente per aver diretto Shazam!
Lights Out è un horror che personalmente mi ha un po’ deluso. Non è un brutto film ma aveva un’idea di base molto bella che non è stata sfruttata bene. Mentre Shazam! era una film sui supereroi che mi ha sorpreso visto che è uscito fuori dai canoni e per me è stata una pellicola divertente. Un giorno parlerò di entrambi.

Tornando ad Annabelle: Creation, ammetto di essere rimasto stupito. Dopo un primo capitolo pessimo non mi aspettavo nulla di che da questa pellicola eppure alla fine si è dimostrato un buon prodotto anche se con delle pecche.
Intanto inizio col dire che apprezzo moltissimo i primi 30 minuti del film. Questo perché non inizia subito con gli spaventi o la tensione ma comincia con calma, presentandoci i vari personaggi e l’ambiente che li circonda. In questo modo abbiamo la possibilità di empatizzare con i personaggi come Charlotte, ma soprattutto con Janice e la sua amica Linda, che nella pellicola saranno coloro più approfonditi insieme ai coniugi Mullins.
Inoltre è probabilmente la parte curata meglio a livello tecnico perché ha delle ottime inquadrature dall’alto e anche un bel piano sequenza all’interno dell’abitazione Mullins dove conosciamo meglio il luogo. Tutti questi momenti sono gestiti veramente bene senza esagerazioni, jumpscares inutili o cliches di che tipo. Oltre ciò sono presenti anche dei titoli di testa molto belli dove vediamo la creazione della bambola.

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E’ un peccato che il resto del film non si mantenga allo stesso livello di questi primi 30 minuti.
Perché per l’ora successiva il film sarà pieno di jumpscares e il ritmo diventerrà un po’ troppo veloce. Alcuni momenti di tensione sono fatti bene come ad esempio la scena con la pallina e il filo o quella nella stanza delle altre ragazze. Altre invece saranno abbastanza prevedibili e fatte apposta non per terrorizzare ma per far saltare il pubblico dalle sedie come se il regista avesse deciso di accontentare quelle persone che credono che l’horror sia questo. In compenso Sandberg dirige bene le varie scene e riesce a regalarci anche delle morti abbastanza violente che non mi aspettavo in questa pellicola.

Gli attori se la cavano molto bene soprattutto i Mullins (Anthony LaPaglia e Miranda Otto), Suor Charlotte (Stephanie Sigman), Janice (Tabitha Bateman) e Linda (Lulu Wilson). Un po’ mi dispiace che le altre ragazze siano state messe in secondo piano perché così sembrano solo un riempitivo per aggiungere scene di tensione.

Alla fine Annabelle: Creation è un buon prodotto, nulla di eccezionale e con dei difetti, ma che è stato quasi un mezzo miracolo visto il primo film.

E finalmente passiamo ad Annabelle 3 (Annabelle Comes Home), terzo e per il momento ultimo capitolo di questa, che alla regia ha questa volta Gary Dauberman.

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Trama:
Nel 1968 i demonologi Ed e Lorraine Warren portano la bambola Annabelle nella loro casa e la rinchiudono in una stanza dove tengono vari artefatti maledetti o posseduti. Un anno dopo i due accolgono in casa Mary Ellen, una ragazza che dovrà fare da babysitter a loro figlia, Judy. Oltre a Mary arriva anche Daniela, una sua amica, che, incuriosita dal lavoro dei Warren e determinata a trovare un modo per contattare il padre defunto, entra nella stanza degli artefatti. Dopo aver guardato in giro e toccato alcuni oggetti, Daniela lascia aperta per sbaglio la teca dov’era sigillata Annabelle e in questo modo la libera. La bambola così può ricominciare a far del male alle persone.

Terzo film, terzo regista. Chi è Gary Dauberman? Dauberman è lo sceneggiatore dei tre capitoli di Annabelle, di The Nun e anche dei due capitoli di It (anche se nel primo c’erano anche Cary Fukunaga e Chase Palmer). Con questo Annabelle 3 fa il suo debutto come regista e per essere il suo primo film non se la cava neanche tanto male.
Partiamo con ordine.

Una cosa che nel trailer mi aveva fatto storcere il naso era il modo con cui Annabelle viene liberata. Faceva sembrare il tutto un’enorme pigrizia di scrittura e speravo che nella pellicola fosse diverso. E in parte lo è stato. Hanno messo la scusa del parente defunto e hanno aggiunto altri elementi emotivi che hanno portato Daniela a fare ciò che ha fatto. Certo anche nel film viene considerata una scelta sciocca e ingenua ma guidata da emozioni forti e soffocanti. In questo caso si sono salvati.

A livello registico non si raggiungono i livelli del secondo capitolo. Come ho detto prima, Dauberman qui è al suo esordio come regista e decide di non esagerare e di non utilizzare movimenti troppo complessi e intricati. Però, nonostante la semplicità, riesce a fare un buon lavoro, sa come muovere la camera da presa e crea delle inquadrature interessanti e niente male.

Per quanto riguarda la tensione e il ritmo ammetto di essere rimasto sorpreso dalla calma e tranquillità della prima parte. Mentre in Annabelle: Creation solo nella mezz’ora iniziale non erano presente ne tensione ne jumpscares, qui metà film è lento e si concentra sui personaggi principali. C’è qualche momento che tiene lo spettatore sulle spine come il prologo con i Warren o la sequenza con l’abito da sposa ma per il resto ci si concentra su altro.
Anche qui l’orrore e i mostri arrivano soprattutto nella seconda parte ma non sono concentrati in maniera esagerata. C’è un buon equilibrio tra tensione e jumpscares e di quest’ultimi non ce ne sono stati di futili creati solo per prenderti in giro. E’ una cosa che mi ha sorpreso e che mi ha fatto sorridere.

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Sono ottimi i personaggi principali in special modo quelli di Daniela (Katie Sarife) e di Judy (Mckenna Grace). Con il primo personaggio vi ho già spiegato in precedenza una parte delle sue motivazioni. Ovviamente quella più importante non la rilevo per non fare spoiler ma sappiate che lei è una persona a primo impatto antipatica che però imparerete ad apprezzare più in là. Judy invece è molto interessante soprattutto per la sua attuale situazione. Lei ha gli stessi poteri della madre perciò vede anche lei spettri ed esseri sovrannaturali e tutto ciò la spaventa. Come se non bastasse i suoi genitori sono considerati dalla maggior parte della gente come falsi e bugiardi per questo viene presa in giro e isolata dagli altri. Le uniche persone che dimostrano affetto nei suoi confronti sono i suoi genitori e Mary che ormai si è affezionata parecchio alla piccola. Anche gli attori fanno un ottimo lavoro con la loro performance e tra tutti lascia il segno Mckenna Grace nel ruolo di Judy (che per me rimarrà ancora a lungo Theodore di Hill House).

Un’ultima cosa che mi ha divertito sono le varie creature. Tutte quelle presentate nella pellicola sono davvero affascinanti e fantasiose e mi ha colpito in particolar modo Il Traghettatore. Ovviamente grazie a questo film sono sicuro che faranno altri spin-off dedicati a loro ma, sono sincero, sono curiosi di vederli così come sono curioso di vedere The Crooked Man.

Questo era Annabelle 3, un horror senza troppe pretese ma che fa bene il suo lavoro con scene simpatiche, mostri interessanti e momenti di tensione ben fatti.

E con ciò chiudo questo articolo sulla trilogia di Annabelle. A questo punto pensavo di scrivere qualche altro articolo sugli altri lungometraggi del Conjuring Verse ovvero The Nun e La Llorona ma penso che li farò parecchio in là.

Spero che l’articolo vi sia piaciuto.
Alla prossima!

 [The Butcher]