Un giorno o l’altro parlerò sul blog del maestro Dario Argento ma non oggi. Lo cito in questo articolo però per parlare di un argomento molto importante: Argento è un regista importantissimo nel nostro Paese e, seppur i suoi ultimi film siano stati veramente deludenti, ci ha regalato pellicole incredibili e capolavori come Suspiria, Profondo Rosso e Inferno (quest’ultimo film che io apprezzo parecchio anche se vedo, e capisco, certi pareri contrastanti). Ha fato parecchio al cinema ed è stato un vero maestro ma molte volte gli è stato dato erroneamente il merito di aver creato certi filoni cinematografici come ad esempio il giallo all’italiana. Con Argento e con la sua Trilogia degli animali si è arrivati a un periodo in cui il giallo all’italiana si era ben delineato e stava riscuotendo un notevole successo, ma non è stato Argento ad aprire le porte a questo filone. E’ stato il grandissimo, e troppo spesso dimenticato, Mario Bava che nel 1963 portò uno dei capostipiti di questo genere ovvero La ragazza che sapeva troppo.

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Trama:
Nora Davis (Letícia Román) è una giovane americana appassionata di giall che decide di passare le sue vacanze a Roma. Purtroppo la sua vacanza non inizia bene: dopo uno sfortunato incontro in aereo, Nora va ad alloggiare da un’anziana signora che conosce, ma quest’ultima ha un malore e muore davanti a Nora. La ragazza, spaventata, esce di casa per cercare aiuto ma in quel momento viene derubata da una persona e durante lo scontro finisce per terra sbattendo la testa. Prima di perdere i sensi, Nora vede una donna morire di fronte a lei per via di una coltellata dietro la schiena e un uomo che porta via il cadavere. Il giorno dopo la ragazza si sveglia in ospedale ma nessuno crede a quel che dice. L’unica persona che tenta di aiutarla è il dottor Marcello Bassi (John Saxon), un uomo che conosceva l’anziana signora che ospitava Nora. Con il tempo Nora cerca di convincersi che quello che ha visto sia solo frutto della sua immaginazione ma degli strani eventi e alcuni indizi faranno cambiare idea alla nostra protagonista, che inizierà a indagare con l’aiuto di Bassi.

In quel periodo Alfred Hitchcock stava avendo un successo strepitoso con i suoi gialli ed è questo uno dei motivi per cui si girò questo film e soprattutto è anche questo uno dei motivi per cui venne chiamato La ragazza che sapeva troppo. Bava voleva intitolarlo Incubo, ma furono i produttori a imporgli il titolo che tutti noi conosciamo, per fare il verso a L’uomo che sapeva troppo, opera dello stesso Hitchcock. Non solo ciò, nella sceneggiatura noterete vari elementi che richiamano le storie scritte da Hitchcock ma sono per l’appunto solo rimandi.

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Bava in questo film ci ha messo molto di suo, specialmente nella messa in scena, e ho gettato le basi del giallo all’italiana che tutti in seguito riprenderanno. Uno degli elementi che salta all’occhio è la protagonista. Infatti uno dei particolari che distinguerà questo tipo di pellicola è il protagonista di straniero che arriva in Italia. Inoltre il protagonista in questione si ritroverà coinvolto in questa faccenda per puro caso. Si ritroverà davanti a una situazione che sconvolgerà e sarà costretto a risolvere il problema. Questo è uno dei tanti espedienti e ce ne sono tanti altri di cui devo parlare e in particolar modo tre elementi tecnici importantissimi: scenografia, fotografia e sonoro.

Iniziamo parlando della scenografia del film. La pellicola si svolge perlopiù intorno alla Chiesa della Trinità dei Monti, un luogo veramente bello ed evocativo che rappresenta la scenografia principale.La cosa molto interessante è come Bava utilizzi questa location. Inizialmente e in varie scenen ci verrà mostrato come un classico luogo di Roma, pieno di turisti e persone del luogo, un posto raggiante e pieno di vita. Quando invece avverrà il furto ai danni di Nora, ci ritroveremo davanti un luogo enorme e deserto senza nessuno in giro e nel quale ogni rumore è amplificato. Ci sono anche degli interni niente male e ben realizzati ma è sulle location di Roma, sulle sue zone turistiche che c’è da fare un discorso importante, perché sono state utilizzare in modo veramente particolare. Ciò che rende ancor più belle le scenografie è il modo con cui sono state illuminate e fotografate.

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Si passa così a parlare di fotografia che anche in questo caso fu curata da Mario Bava stesso (ricordiamoci sempre che, prima di diventare regista, fu per molti anni un direttore della fotografia). Da sottolineare anche che questa fu l’ultima pellicola che girò in bianco e nero. E bisogna sottolineare soprattutto come questa fotografia sia incredibile. Nonostante i pochi soldi a sua disposizione, è riuscito a illuminare una parte di Roma, soprattutto di notte, con delle luci incredibili, creando un contrasto frote tra oscurità e luce. E un’illuminazione non realistica ovviamente, ma parliamo pur sempre di un’illuminazione che riesce a farti entrare nell’atmosfera piena di tensione del film. Quella che ci ritroviamo davanti è una fotografia puramente espressionista, con tagli di luce veramente curati che raggiungono il meglio quando utilizzati sugli attori. Come noterete, in molte scene Bava farà dei primissimi piani (soprattutto sulla protagonista) dove si focalizzerà sui dettagli, in questo caso gli occhi, e noteremo come il volto sia quasi del tutto oscurato, mentre l’unica cosa colpita dalla luce saranno gli occhi, a voler sottolineare l’anisa e la paura del personaggio. Ci saranno anche vari giochi di luci e ombre che renderanno migliore l’atmosfera di tensione e in certi momenti creerà dei momenti che sfiorano l’horror (ad esempio la morte dell’anziana signora che ha accolto Nora).

Ed eccoci a un altro punto importante ovvero il sonoro. In questo caso ci sarà grande cura del comparto sonoro e ogni scricchiolio, passo e cigolio servirà per mettere in guardia lo spettatore e aiuterà parecchio a far crescere la tensione.

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Il film ha un buon ritmo, le investigazioni che compie Nora sono molto interessanti e soprattutto l’aiutano a realizzare che quel che ha visto quella notte è reale. Nonostante ci siano molte investigazioni e degli ottimi momenti di suspence, sono presenti anche dei momenti divertenti e ironici. Basta pensare alla relazione tra Nora e Bassi, entrambi molto goffi e imbranati, per non parlare dello stesso Bassi che, poveretto, in qualche punto le prenderà da parte di Nora (ovviamente senza farlo apposta). Alcuni momenti sono veramente comici mentre ce ne sono degli altri in cui l’ironia sa essere molto sottile e in certi casi tagliente. E, cosa che apprezzo molto, questi momenti spensierati non rovineranno la tensione che si creerà in seguito e riesce a scorrere molto bene.

La ragazza che sapeva troppo è un film davvero intelligente e ben reso, che ha gettato le basi per tanti bei gialli italiani come ad esempio L’uccello dalle piume di cirstallo di Dario Argento, pellicola stupenda che prende vari elementi del lavoro di Bava e li rende suoi.
Quest’opera di Bava è molto importante per il nostro cinema e la sua evoluzione e ne consiglio la visione non solo per il suo valore storico ma anche perché stiamo parlando di un film veramente bello e divertente con una messa in scena che farebbe invidia a molte pellicole. Ve lo consiglio caldamente.
Piccola informazione, lo stesso Bava prenderà alcuni elementi di questa pellicola e li evolverà nel suo film successivo, uno dei migliori che ha fatto e, se consocete i lavori del regista, sapete a cosa mi riferisco. Non so quando ne parlerò ma spero non troppo tardi.

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Spero che la recensione vi sia piaciuta.
Alla prossima!

[The Butcher]

Ed eccoci a una nuova recensione e questa volta ci troviamo davanti ala prima recensione di un film uscito in sala qust’anno. Avevo in mente altri progetti da fare e scrivere, ma ho deciso di metterli momentaneamente in secondo piano per concentrarmi su questa pellicola. E’ da un po’ di tempo ormai che attendevo la sua uscita e i motivi sono veramente tanti: la regista mi incuriosisce molto e sono sicuro che potrà dare veramente tanto al cinema (e personalmente credo che lo stia già facendo), le attrici protagoniste sono persone che rispetto molto e che trovo grandiose e professionali, il libro da cui è tratto mi piace molto e le tematiche che mette in scena mi incuriosiscono sempre.
Sto parlando di Piccole Donne (Little Women), film drammatico-storico tratto dall’omonimo romanzo di Louisa May Alcott, diretto e scritto da Greta Gerwig.

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Trama:
Siamo a New York nel 1868 e Jo March (Saoirse Ronan) lavorà lì come insegnante e nel frattempo pubblica i suoi racconti da un editore per guadagnare un po’ di soldi in più. Lei e le sue sorelle hanno preso strade diverse: Amy (Florence Pugh) si trova a Parigi dove segue delle lezioni di pittura e qui ritrova un vecchio amico della loro famiglia, Laurie (Timothée Chalamet), Meg (Emma Watson) si è sposata con un professore e ha due figlie mentre Beth (Eliza Scanlen) è rimasta nella loro vecchia casa e continua a suonare il pianoforte. Le cose cambiano quando Jo riceve una lettera in cui viene avvertita che la salute di Beth è peggiorata. Jo decide così di tornare a casa e durante il suo viaggio la ragazza ricorderà vari eventi della sua vita successi negli ultimi sette anni.

Hanno fatto parecchi adattamenti di Piccole donne per il grande schermo e quest’ultimo dovrebbe essere il settimo. Quando scoprii di questo nuovo film sull’opera della Alcott, rimasi molto incuriosito e una delle prime domande che mi feci fu: “Riuscirà la Gerwig a narrare una storia che tutti conosciamo bene (o almeno così spero) in un modo originale e tutto suo”?
Dopo essere uscito dalla sala, la mia risposta è stata un immediato Sì.

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Iniziamo a parlare dei personaggi e della loro caratterizzazione, una delle componenti più importanti in assoluto. In questo caso cercherò di parlare anche per coloro che non conoscono la storia. Il personaggio che colpisce più di tutti e che ci rimane più impresso è sicuramente quello di Jo. Jo è una ragazza ribelle, disordinata, con grande vitalità ed energia e con un’enorme fantasia. E’ una ragazza fuori dal comune che non rispetta per niente i modo con cui dovrebbe comportarsi una ragazza di quel periodo. Ed è per questo motivo che riesce subito a farsi apprezzare e rispettare. Lei è fatta così, è uno spirito libero e combattivo che non si lascia sottomettere o sopraffare dagli altri e dimostra ogni volta una determinazione incredibile e anche contagiosa, che ti sprona a fare del tuo meglio. E chi meglio di Saoirse Ronan poteva essere adatta al ruolo? L’attrice riesce a darle quella carica e quel carisma che rende stupendo il personaggio di Jo e la sua interpretazione è stupenda. Nonostante sia giovane, la Ronan ha dato grandissime prove attoriali e a mio avviso meriterebbe più riconoscimento.
Sono ottimi anche i personaggi di Meg e Beth. La prima, interpretata molto bene da Emma Watson, è la sorella maggiore e quella che fin dall’inizio sembra più matura, responsabile e con i piedi per terra, ma anche lei ha dei sogni che vorrebbe realizzare e luoghi affascinanti in cui vorrebbe stare. Beth è la più piccola delle quattro ed è la ragazza con il carattere più mite e introverso. Ha un po’ di timore del mondo esterno ma è molto legato alle sue sorelle e soprattutto ha una grande passione per il pianoforte e dimostra grande talento con esso.
Colei che però mi ha sorpreso più di tutti per come è stato reso, è quello di Amy, interpretata da una stupenda Florence Pugh. Amy è una di quelle persone che nascondono molto più di quanto si possa pensare. A una prima occhiata Amy sembra la ragzza viziata e piagnucolona che si mette al centro dell’attenzione e combina solo guai ma è molto più di questo. Un setimento che vediamo emergere da lei è la gelosia, una gelosia rivolta nei confronti di Jo. E il motivo per cui prova questo sentimento è che lei pensa di vivere all’ombra di Jo in ogni cosa e ciò la rende arrabbiata e insicura ed è per questo che commette in seguito certi sbagli. Non è un personaggio banale, anzi, probabilmente è il personaggio più complesso e meglio scritto dell’intera pellicola e sono veramente felice che la Gerwig sia riuscita a dare questa profondità ad Amy, che in molti trasposizioni era semplicemente una ragazzina viziata, mentre qui è una donna che cerca il suo posto nel mondo.

Oltre ai loro personaggi è stupendo vedere come la Gerwig sia riuscita a farle interagire bene tra loro, con naturalezza, creando un legame veramente forte e unico che, nonostante le varie difficoltà e i vari litigi, niente può spezzare. Ma non sono loro le uniche attrici degne di nota, anche tutti gli altri sono stati strepitosi, interpretando personaggi ben caratterizzati e pieni di vita: Laurie, Marmee, zia March, tutti personaggi stupendi e interpretati da attori altrettanto incredibili. Ed è anche grazie a loro se i personaggi principali riescono a risplendere. Se riesce a rendere i personaggi secondari o di contorno carismatici e con una certa personalità non metti in ombra i protagonisti, anzi, li rendi ancor meglio di prima.

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Ora passiamo al lato tecnico. Greta Gerwig aveva già dato grande prova delle sue capacità con Ladybird ma qui non solo conferma di essere un’ottima regista, ma dimostra anche di essere migliorata e cresciuta. Sa bene come costruire le scene e ha un’ottima messa in scena. Molte volte utilizzerà delle carrellate fatte molto bene e molto fluide. Sa quando muovere la camera da presa nei momenti più felici e movimentati e sa quando invece tenerla fissa sui personaggi nei momenti riflessivi e drammatici.
E’ ottimo anche il montaggio della pellicola. Passiamo dal 1868 al passato senza stacchi improvvisi, quasi con una continuità ben resa e riusciamo a capire fin da subito in che momento della storia ci troviamo. Ciò aiuta molto il ritmo della storia che non perde mai un colpo e dimostra come dovrebbe essere montato un film.
La cosa che però mi ha affascinato di più della pellicola è la fotografia. In questo film ci saranno due tipi di fotografia ben definiti: nel primo caso avremo dei colori molto accesi e rassicuranti e anche variopinti che daranno sensazioni di vivacità e allegria e saranno presente per lo più nel passato mentre nel 1868 a farla da padrone sarà il colore blu che invece sottolineerà la malinconia del momento. Non sempre ci sarà il blu nel 1868, soprattutto in certe scene con Amy e Laurie a Parigi saranno presenti colori accesi, ma una cosa interessante che ho notato è che i personaggi non si metteranno sotto la luce del sole ma resteranno nell’ombra causato da essa, quasi volessero nascondersi. Nel film sono presenti molti usi intelligenti della fotografia e uno dei miei preferiti è quando le sorelle prendono strade differenti e il tutto si svolge durante un tramonto, come a star a significare la fine dei loro momenti spensierati insieme.
E’ un film che funziona in ogni cosa, sia nelle bellissime musiche di Alexandre Desplat, alla scenografia di Jess Gonchor ai costumi di Jacqueline Durran.

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Piccole Donne è un film fatto tecnicamente bene, con degli attori incredibili e professionali e una storia divertente e commuovente, narrata in maniera molto interessante, che riesce nell’intento di insegnare qualcosa a noi spettatori. E’ una storia di crescita ed è anche una storia di amore, sogni, dolori, sacrificio, perdita, speranza e soprattutto scelte, uno dei temi più importanti della pellicola. Un film che riesce in due ore a insierire tutto ciò con una grazia e un’umanità che ho sempre amato e che spero di vedere sempre in film di questo tipo.
Piccole Donne verrà ricordato e soprattutto continuerà ancora a insegnarci e a cercare di migliorarci come persone soprattutto di questi tempi dove ormai l’odio sembra aver preso il sopravvento sulle cose belle della vita. E dico ciò dopo aver sentito una persona in sala dare delle stupide alle March perché avevano dato la loro colazione di Natale a una famiglia che non aveva nulla da mangiare. Io credo fermamente che le persone possano essere migliori e opere come Piccole Donne possono aiutare gli altri a vedere ciò e a renderli più consapevoli di loro stesi. E nonostante tutto spero veramente che ciò accada.

Spero che la recensione vi sia piaciuta.
Alla prossima!

[The Butcher]

Dopo aver parlato di mostri giganti, passiamo a un altro genere cinematografico che mi ha sempre incuriosito: il genere catastrofico. Incuriosito, sì, ma non sono mai stato un grande fan di questa tipologia di film. La maggior parte delle volte in cui incappavo in questo genere era sempre una delusione: milioni spesi in effetti speciali che molte volte non sono neanche così curati, personaggi che sono stereotopi di stereotopi e una sceneggiatura imbarazzante oltre ogni dire.
Fortunatamente non è sempre così, ci sono film che sono riusciti a prendere questo genere e a raccontare sotrie molto umane come ad esempio il bellissimo These Final Hours. In quest’ultimo caso però la componente catastrofica era utilizzata per narrare questioni umane ed era messa in secondo piano.
Cercando in giro giro volevo trovare una pellicola catastrofica che potesse essere bella avendo come tema principale la catastrofe (che fosse naturale o meno) e alla fine ho trovato questo The Wave (Bølgen), pellicola del 2015, diretto da Roar Uthaug.
Si è dimostrato un ottimo film? Scopriamolo insieme.

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Trama:
Il geologo Kristian Eikjord (Kristoffer Joner) si sta preparando per trasferirsi nella città di Stavanger con sua moglie Idun (Ane Dahl Torp) e i suoi figli Sandre (Jonas Hoff Oftebro) e Julia (Edith Haagenrud-Sande). Passa la sua ultima giornata a fare le valigie e a salutare i suoi colleghi che monitorano costantemente l’Åkerneset che si trova nei pressi della cittadina di Geiranger e il cui crollo è un potenziale pericolo. Durante la festa d’addio i sensori di controllo indicano una diminuzione del livello dell’acqua, Kristian si preoccupa ma viene subito tranquillizato dai suoi amici. Purtroppo questo dettaglio sarà il primo passo verso la catastrofe.

Il film parte con dei documentari che monstrano eventi catastrofici avvenuti in Norvegia dove grandi frane cadute nei laghi causarono enormi tsunami e un gran numero di vittime. Informandomi meglio dopo la visione di The Wave, ho scoperto molte cose interessanti riguardanti questi rischi e ho scoperto anche che quello mostrato nel film è una catastrofe che potrebbe realmente accadere alla cittadina di Geiranger.

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Parlando del film dopo i documentari ci viene mostrato il protagonista, Kristian, la sua famiglia e la sua attuale situazione. Si affronta la tematica del trasferimento e tutto ciò che ne comporta e quello che si presenta davanti ai nostri occhi è il ritratto di una famiglia comune che affronta problemi e situazioni che possono capitare a tutti. Facciamo la conoscenza anche dei loro amici e in special modo dei colleghi di lavoro di Kiristian.
E’ un inizio molto tranquillo ma le cose cambiano quando notano una diminuzione dell’acqua. Da quel momento in poi il protagonista avrà un brutto presentimento e, raccogliendo informazioni inizierà a formulare una teoria sul vero motivo per cui l’acqua diminuisce e cosa porterà ciò: una frana e quindi allo tsunami. E qui arriviamo a un momento che detesto in molti film catastrofici: colui che scopre l’evento futuro condivide le informazioni con gli altri e nessuno gli crede. Questa è una cosa che succede spesso e di solito il protagonista appare come un pazzo furioso mentre gli altri come degli irresponsabili nullafacenti. Qui invece non ma così, anzi, assistiamo a un po’ di buona sceneggiatura. L’idea di uno tsunami spaventa a morte Kristian e ovviamente va su di giri e inizia ad andare nel panico. I suoi colleghi invece cercano di calmarlo e gli spiegano perché non possono dare l’allarme con così pochi dati e uno dei motivi più importanti è che, se danno l’allarme e non succede niente, quando poi accadrà veramente nessuno darà retta al segnale. Comunque non se ne stanno con le mani in mano e fanno i controlli che devono. A descriverli sembrano dettagli piccoli e ovvi ma in tanti film catastrofici ho visto una superficialità imbarazzante in queste situazioni e quindi fa piacere vedere che in questa produzione si siano impegnati anche in questi campi e non solo negli effetti speciali.

Ed ecco uno dei lati postivi della pellicola. Il film è scritto molto bene a partire dai personaggi. Come ho detto il protagonista e la sua famiglia sono persone normali e la stessa cosa vale per tutti i personaggi secondari. Si ha la sensazione di aver a che fare con prsone di tutti i giorni, persone che puoi incontrare in qualsiasi momento e con cui ci si può anche immedesimare. Non ci sono personaggi sopra le righe o strane, sono persone comuni ma è in ciò che risiede la forza del film e le azioni che compiono sono comprensibili e mai insensate o fuori contesto. Sono azioni normali che tutti compiono, molto umane e soprattutto azioni che possiamo capire o fare se ci troviamo in determinate circostanze.

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Il film è diviso in due parti: tutta la prima parte riguarda ciò che succede prima della catastrofe, la seconda invece dalla catastrofe in poi.
Nella prima metà il film tende a presentarci i personaggi, le loro relazioni e il luogo circostante e fa bene a prendersi del tempo. L’unico difetto che presenta è che forse si prende un po’ troppo tempo. Si potevano benissimo tagliare dieci minuti buoni dato che in qualche punto qui il film rallenta e che certe tematiche sono riuscite a spiegarle molto bene e non c’era bisogno di ripeterle.
Nella seconda metà assistiamo alla tragedia e qui vediamo anche un ottimo utilizzo della CGI per ricreare lo tsunami. Questo sarà uno dei pochi momenti in cui sarà presente il digitale, per il resto si cercherà sempre di utilizzare effetti artigianali. E qui il regista riesce a fare una cosa che pochi film catastrofici riescono a fare: darti la sensazione di aver assistito veramente a una tragedia e farti empatizzare con i vari personaggi. La cosa peggiore che può accadere in questi casi è rimanere indifferenti davanti alla morte di tantissime persone. Qui non succede, si sente la tensione che sale quando lo tsunami si avvicina sempre di più e ci si preoccupa non solo per i protagonisti ma anche per le persone che li circondano.

Quando lo tsunami termina e assistiamo alla distruzione che ha causato, risuciamo ad avvertire il senso di desolazione e smarrimento del protaognista e anche questo è un punto a favore del film. Riuscire a empatizzare in queste pellicole è veramente difficile ma qui ci sono risuciti così come è successo nell’ottimo The Impossible.
Nell’ultima parte del film chiunque sia rimasto rinchiuso negli edifici dovrà trovare un modo per sopravvivere e in questo caso sarà una sfida contro il tempo visto che, anche se lo tsunami è finito, i danni continuano a peggiorare.

Da sottolineare anche come il film utilizzi molto bene la bellezza della zona facendo vari campi lunghi e riprese in elicottero, oltre che fare riprese magnifiche quando il sole è basso. Sono davvero dei luoghi stupendi che lasciano a bocca aperta per la loro bellezza.

Un’ultima cosa che vorrei aggiungere prima di chiudere è che il film è costato veramente poco, 6 milioni di dollari (poco se contiamo anche le piccole produzioni americane ma un costo non indifferente per la Norvegia). Eppure con quei pochi soldi hanno messo in scena un’ottima pellicola catastrofica in grado di mostrare molto bene una possibile catastrofe naturale, con una sceneggiatura molto buona e degli attori all’altezza. Non è un film perfetto, qualche cosa nella prima parte poteva essere resa meglio e anche in questo caso si cade in uno o due cliché. Se siete interessati, vi consiglio di dargli un’opportunità.

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Inoltre so che hanno fatto il seguito, The Quake, che ancora non ho visto ma che sono curioso di visionare (anche se con un po’ di timore).

Spero che la recensione vi sia piaciuta.
Alla prossima!

[The Butcher]