Alla fine ho deciso di non continuare a recensire gli altri film di Terminator. Il motivo per cui ho voluto smettere è molto semplice: non mi piace parlare di film che non apprezzo. Ho trattato in passato di pellicole brutte che però erano riusciti a divertirmi, ma i seguiti di Terminator (dal terzo in poi) sono lavori che mi hanno lasciato indifferente (oltre a non possedere minimamente lo stesso livello tecnico dei film di Cameron). Per questo ho deciso di fare un altro, piccolo progetto. Visto che siamo a Ottobre e che questo mese è ormai conosciuto come il mese di Halloween, perché non tornare a recensire un po’ di horror? Sembra proprio l’ideale!

E per cominciare voglio parlare di una pellicola molto interessante. Ecco a voi La casa che grondava sangue (The House that dripped blood), horror del 1971, diretto da Peter Duffell.

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Trama:
Un poliziotto sta conducendo delle indagini sulla scomparsa di un famoso attore di film horror dalla casa che aveva preso in affitto. Durante le sue indagini viene a conoscenza, grazie ad alcune persone, di altri strani eventi che sono accaduti in quella vecchia casa. Ed è così che iniziano a narrare di quattro storie terrificanti accadute dentro quelle mura.

Esatto, da come avete potuto capire, parlerò di un’antologia horror. Sono sincero, mi erano mancate. Era dai tempi di XX che non ne parlavo. E soprattutto sono contento di poter parlare di un prodotto della Amicus Productions, famosissima casa di produzione britannica che, tra gli anni ’60 e la fine degli anni ’70, distribuì pellicole horror meravigliose. Fu la rivale storica della Hammer Productions. Un giorno dovrei parlare di queste due storiche case, ma sarà per un’altra volta.

Iniziamo subito con la prima storia intitolata Method for Murder.
In questo segmento vediamo un famoso scrittore di libri horror, Charles Hillyer (Denholm Elliott), che, insieme a sua moglie Alice, si trasferisce nella casa per poter scrivere in pace le sue storie. Questa sembra un’ottima scelta dato che trova subito l’ispirazione per un nuovo romanzo con protagonista Dominic, un folle strangolatore. Tutto sembra andare bene, fino a quando Charles non vedrà apparire Dominic nella vita reale.

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Una cosa che adoro parecchio di questo primo racconto è la sua tematica centrale ovvero la paranoia. Non sappiamo se Dominic esista oppure no e non sappiamo neanche se quel personaggio faccia parte della personalità dello scrittore. Vedremo inizialmente Charles cercare di ignorare la cosa, pensando che si tratti dello stress e smettendo di scrivere, ma la presenza dello strangolatore si farà sentire sempre più e inizierà anche a fare del male. Adoro i tagli di luci in notturna quando si trovano dentro la casa. Si crea in questo modo un ottimo gioco di ombre e ogni zona oscura della casa sembra un perfetto nascondiglio per un personaggio come Dominic. Parlando di Dominic, mi piace molto il suo design. Non è qualcosa di complesso o elaborato, è molto semplice ma impattante, con la faccia pallida, gli occhi folli e i denti rovinati. E, nel complesso, riesce a inquietare dimostrando come a volte un buon attore, un’ottima fotografia e un trucco convincente possano rendere veramente inquietante qualcuno senza dover ricorrere ad effetti speciali costosi.

Il secondo segmento di cui parlerà si intitola Waxworks.
Un uomo in pensione, Philip Grayson (interpretato dal leggendario Peter Cushing), decide di trasferirsi nella casa per stare da solo e potersi dedicare a tutte quelle cose che non era riuscito a fare quando lavorava. Mentre sistema i suoi oggetti trova la foto di una sua vecchia fiamma e così inizia a vagare per il paesino, riflettendo sul suo passato. Così facendo si imbatte i un museo della cera e decide di entrare. Tra le varie statue, Philip rimane incantato da quella di Giuditta che assomiglia in modo assurdo al suo vecchio amore. Philip se ne va sconvolto ma riceve la visita di un suo vecchio amico, Neville, anche lui un tempo innamorato di quella donna. La situazione peggiorerà quando anche lui vedrà la statua di Giuditta.

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Di questo segmento adoro soprattutto due cose: Peter Cushing e la fotografia. Penso che Cushing non abbia bisogno di presentazioni (un giorno ne parlerò di più quando parlerò del Dracula della Hammer). Qui Cushing interpreta alla grande il suo personaggio e riusciamo a capire alla perfezione il suo stato d’animo attraverso il suo sguardo e soprattutto attraverso i suoi occhi: la malinconia, il dolore, le incertezze, l’orrore; riuscirà a trasmettere tutto questo allo spettatore e lo fa con la sua classe. Per quanto riguarda invece la fotografia, adoro quell’esplosione di luci e colori ogni volta volta che i personaggi entrano nel museo: blu, viola, verde e rosso, colori in netto contrasto e molto luminosi che riesconoa a creare un’ambientazione suggestiva e ben fatta. Anche il proprietario del museo riesce a creare una certa tensione con la sua presenza, osservando i visitatori con uno strano sguardo indagatore.

E ora parliamo del terzo segmento chiamato Sweets to the Sweet.
Un uomo vedovo, John (il grande Christopher Lee), decide di assumere un’insegnante privato per educare sua figlia Jane (Chloe Franks) a casa. Risponde all’annuncio Ann Norton (Nyree Dawn Porter), un’ottima insegnante che riesca subito a far amicizia con la bambina. L’insegnante critica molto il comportamento di John nei confronti della figlia: è molto freddo e severo, non le permette di andare a scuola e stare con gli altri bambini e soprattutto non vuole che abbia regali, specialmente delle bambole. Ed è qui che si inizieranno a scoprire segreti legati alla stregoneria.

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A mio avviso questo è l’episodio scritto meglio di tutti. Gli altri erano scritti bene ma presentavano dei persoaggi abbastanza semplici che non nascondevano lati particolari del loro carattere e non avevano un’evoluzione. Qui invece c’è una caratterizzazione più profonda dei tre protagonisti. Nulla di eccezionale ma comunque lodevole. Adoro il comportamento di John. Il motivo di questo suo modo di fare verrà spiegato bene, ma vi basti sapere che fa ciò per evitare che succeda una certa cosa. Ciò di cui non si rende conto è che sarà proprio questo atteggiamento a scatenare tutto il susseguirsi di eventi. Mi piace molto il rapporto tra l’insegnante e la bambina. Hanno un rapporto molto stretto e Ann potrebbe anche essere una possibile salvezza se solo John le parlasse. La bambina invece avrà una crescita e soprattutto una maggiore consapevolezza di se e di quello che è realmente capace di fare. A mio avviso una delle storie più interessanti.

Arriviamo infine all’ultimo segmento, quello che ha costretto il poliziotto a iniziare le indagini. Quest’ultima parte si chiama The Cloak.
Il famosissimo attore di film horror, Paul Henderson (Jon Pertwee), si trasferisce nella casa, visto che è molto vicina al set dove si svolgerà il suo prossimo film e anche perché ha una passione per il sovrannaturale. Durante le riprese Paul critica parecchio la scenografia e il modo con cui vengono fatti gli horror adesso ma soprattutto critica il suo vestito da vampiro. Così decide di andarlo a comprare e, così facendo, trova un negozio particolare e il suo proprietario (Geoffrey Bayldon) gli da a poco prezzo e con gioia un ottimo mantello. Quando Paul indossa il mantello inizia però a comportarsi come un vampiro e ad avere gli stessi poteri della creatura. Rivelerà questa cosa solo all’attrice che è insieme a lui, Carla Lynde (Ingrid Pitt).

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Dei quattro questo è sicuramente il segmento pià divertente. E’ girato come se fosse un horror ma con l’aggiunta di elementi comici che lo rendono interessante. Già solo il fatto che un famoso attore di horror (soprattutto nelle parti del vampiro) si trasformi veramente nella creatura dei suoi film è un’idea simpatica. Ci sono poi altri elementi che fanno l’occhiolino a chi conosce bene queste pellicole e soprattutto parla più o meno di come funzionanava l’industria dell’horror di quei tempi. Un segmento veramente simpatico che ho apprezzato molto.

E qui si conclude la recensione de La casa che grondava sangue. Chi guarderà il film sicuramente noterà che di sangue non ce n’è per niente., ma stavolta la colpa non è del titolo italiano (che stavolta è tradotto pure bene). Il regista, Duffell, voleva chiamare la pellicola Death and the Maiden ma furono i produttori a insistere sul titolo che ora ha per motivi di marketing (il loro titolo attirava subito l’attenzione). Comunque sia questo è un film veramente divertente, che riesce a intrattenere e a tenere in tensione. Una pellicola che vi consiglio con piacere.

Spero che la recensione vi sia piaciuta.
Alla prossima!

 [The Butcher]

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Come promesso, torniamo a parlare della saga di Terminator e questa volta lo facciamo con il secondo capitolo, un cult per molti e una pellicola che, come il primo, ha lasciato un’impronta indelebile nella storia del cinema.

Ecco a voi Terminator 2 – Il giorno del giudizio (Terminator 2: Judgment Day), film di fantascienza del 1991 diretto, scritto e prodotto da James Cameron.

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Trama:
Siamo nel 1995 e Sarah Connor è rinchiusa in un manicomio militare perché tempo fa tentò di far esplodere una fabbrica di computer e armamenti militari destinati al futuro sistema informatico Skynet. Suo figlio John è affidato a due tutor che non ascolta mai e ha una vita completamente sbandata.
Arrivano dal futuro due Terminator: il primo è il T-800, il Terminator che cercò di uccidere Sarah nel 1984, il secondo invece è il modello T-1000, un nuovo prototipo composto di metallo liquido capace di assumere le sembianze di qualsiasi persona od oggetto con la sua stessa massa. Questa volta però il T-800 ha il compito di proteggere John. Infatti il cyborg è stato mandato nel passato da John stesso.

Il primo Terminator fu un grande successo e riuscì a portare al cinema una storia inedita e originale che appassionò moltissime persone. Col passare del tempo il suo successo continuava ad aumentare, specialmente quando venne trasmesso in televisione. Gli appassionati crebbero e in molti chiesero un sequel a Cameron.
Cameron alla fine mantenne la promessa ma ci vollero ben sette anni di attesa prima che il secondo capitolo uscisse nelle sale. Infatti il regista fu occupato a dirigere altre pellicole stupende come Aliens – Scontro Finale e The Abyss.

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Come ho fatto per la recensione di Terminator, anche qui vorrei iniziare parlando degli effetti speciali. Nell’articolo precedente lo feci per lodare l’ingegnosità e la fantasia di persone che, seppur con dei fondi risicati, riescono a superare certi ostacoli con la loro bravura. In questo caso invece perché Terminator 2 ha scritto un capitolo molto importante per gli efetti digitali e la loro evoluzione.
Iniziamo anche questa volta col parlare della guerra del futuro, che ci viene mostrata a inizio film. Nel primo capitolo il tutto venne realizzato con miniature e modellini mentre qui utilizzarono un vero e proprio set e vennero usati ottimi effetti speciali inseme a degli stuntman ben preparati. E qui ritroviamo anche gli endoscheletri metallici che partecipano alla battaglia ma, invece di essere realizzati in stop-motion come nel primo film, qui sono fatti con l’animatronics. E il risultato è veramente lodevole. Per questa sequenza fu ottimo l’impegno della Fantasy II capitanata da Gene Warren. Per gli endoscheletri invece furono necessari gli sforzi del truccatore ed effettista Stan Winston e del disegnatore di stop-motion Peter Kleinow che ricrearono lo stesso design presente nel capitolo precedente ma migliorato e più all’avanguardia. L’animatronics verrà utilizzata anche in altre parti della pellicola specialmente con il T-800 (ad esempio quando resiste alla raffica di proiettili dell SWAT o nello scontro finale con il T-1000).

Una scena che però mi ha sempre colpito, non solo per la sua incredibile messa in scena ma anche per il suo impatto emotivo, è l’incubo di Sarah. Sarah sa cosa succederà nel futuro e questa cosa le fa fare questi incubi terrificanti. Nel sogno lei vede un parco giochi dove i bambini e i genitori passano una giornata tranquilla. Lei cerca di avvertirli del pericolo ma non esce alcun suono dalle sue labbra e all’improvviso si vede una luce abbagliante, la città viene spazzata via e le persone disintegrate dall’esplosione nucleare. La 4-Ward Productions si occupò di questa sequenza e riuscì a ricreare una Los Angeles in miniatura incredibilmente dettagliata e realistica che poi distrussero completamente. Inoltre vennero realizzate diverse copie di Linda Hamilton anch’esse distrutte. Come ho detto in precedenza, nonostante l’incredibile livello tecnico, ha me a sempre lasciato impresso le emozioni che ti trasmette questa scena. Vediamo l’orrore causato dall’esplosione atomica e vediamo famiglie e bambini morire nel terrore e nel dolore. E’ una scena terrificante che riesce a mettere enormemente a disagio lo spettatore.

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Ora però parliamo della più grande sfida di tutto il film ovvero la realizzazione di T-1000. Per riuscire a dar vita a questo mostro, si arrivò a una stretta collaborazione tra la società di Winston e la Industrial Light & Magic di Dennis Murren.
La cosa complessa del T-1000 è che poteva cambiare forma in qualsiasi persona e modificare le parti del suo corpo in armi. Un lavoro del genere era troppo sia per l’animatronics sia per il trucco (con la stop-motion non avrebbe reso bene). Per questo usarano il digitale.
Il digitale è una tecnologia che girava da un po’ di anni ma che non era mai stata ampiamente utlizzata, visti i suoi limiti. Era una tecnologia nuova e poco testata e per questo rischiosa. Cameron è sempre stato un fan degli effetti speciali e in ogni film non solo cercava di stare a passo con la tecnologia ma anche di creare qualcosa di nuovo e di rischiare con l’utilizzo di nuovi strumenti. Con il digitale aveva già fatto un tentativo con il bellissimo The Abyss (che vi consiglio di vedere) con il tentacolo d’acqua che imita le espressioni delle persone. Questa fu una scena tremendamente complessa da girare per via dei problemi legati al digitale (consistenza, luci, ecc…) ma alla fine riuscirono a realizzarla in modo stupendo. Il punto è che, se in The Abyss non fossero riusciti a realizzarla, potevano sempre cambiare impostazione visto che quella era l’unica scena con quella tecnologia ma con Terminator 2, dove il T-1000 compare spesso, poteva essere un problema enorme.
Intanto la Industrial Light & Magic utilizzò un laser per processo di scansione per catturare i movimenti di Robert Patrick (l’attore del T-1000) in modo da ricrearlo al meglio sul computer. In molte scene con il T-1000 gli sfondi venivano filmati prima della vera scena. Dovevano immaginare come sarebbe stata la scena e costruire un set di sfondo per quel particolare effetto speciale. Giravano in anticipo e decidevano luci e angolazioni molto prima (uno dei problemi di alcuni film che tentarono di imitare Terminator 2 fu proprio quello delle luci). Comunque in certi punti ci sarà anche il trucco ad aiutare il digitale specialmente in certe scene dove il T-1000 viene fatto esplodere o tagliuzzato.
Il digitale in questo film (e anche in The Abyss) è stato importantissimo. Ha fatto fare un passo avanti alla tecnologia dando nuovi mezzi per mettere in scena cose irrealizzabili con i vecchi metodi. Probabilmente, se non ci fosse stato Terminator 2, non avremmo avuto Jurassic Park (Jurassic Park poteva poggiarsi su qualcosa mentre Terminator no).

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Anche in questa pellicola Cameron si dimostra un grande regista e sa bene come sfruttare i tempi. Nonostante duri più di due ore, la pellicola scorre velocemente come nel primo capitolo e anche qui Cameron sa quando dedicare spazio alle scene d’azione e quando dedicarle ai personaggi, E, come il primo Terminator, riesce ad aggiungere un pizzico di horror (penso che in molti abbiamo fatto molti incubi per colpa del T-1000, soprattutto nel finale).

Un’altra cosa che Cameron ha sempre saputo fare è caratterizzare bene i suoi personaggi. Mi piace come il T-800 (sempre Arnold Schwarzenegger), stando a lungo contatto con gli umani, riesca a comprendere e imparare il loro comportamento e a capirli veramente (e la scena finale con lui è rimasta nel cuore di tutti).
John Connor, qui interpretato molto bene da Edward Furlong, è un ragazzo che vive una vita fatta di piccoli furti, che non da retta a nessuno e che, in un certo senso, è deluso da ciò che le ha fatto credere sua madre, su chi sarà in futuro. Da quando è stata chiusa in manicomio, John pensa che tutto quello che gli è stato detto fosse solo una colossale bugia, almeno fino a quando non incontra i due Terminator. Da qui inizia una crescita del personeggio, lo vedremo prendere posizione e soprattutto insegnerà sia al T-800 sia a Sarah l’importanza della vita (tematica centrale in entrambe le pellicole di Cameron).
Tra i vari personaggi anche qui sono rimasto molto colpito da Sarah Connor. Sapendo quello che succederà con Skynet e i Terminator, è diventata ossessionata dal futuro e in tutti questi anni non ha fatto altro che prepararsi a quel destino, addestrandosi e cercando armi. Ha anche tentato a modo suo di fermare la realizzazione di Skynet, fallendo. Alla fine ci ritroviamo davanti a una Sarah Connor molto agguerita e decisa che però, per paura del futuro, rischia di dimenticarsi dell’amore per suo figlio e rischia di far del male a se stessa e agli altri. Adoro molto quando Sarah scopre chi è la persona che più di tutti è responsabile per la creazione di Skynet e decide di ucciderlo. In questa parte della pellicola Sarah sembra quasi una Terminator con lo scopo di uccidere una persona per cambiare il destino.
Sarah è sicuramente il personaggio caratterizzato meglio di tutti, ma c’è un’altra persona che ho sempre apprezzato in questa pellicola: Miles Dyson (interpretato da Joe Morton), ovvero il creatore di Skynet. Lui non è un personaggio cattivo che ha fabbricato quella tecnologia per distruggere, anzi lui è una persona dedita al suo lavoro che stava cercando di migliorare la vita delle persona proprio attaverso la tecnologia e non aveva alcuna intenzione di creare armi devastanti. E in questa pellicola assume quasi il ruolo che aveva Sarah nel film precedente, una persona normale che rischia di essere ucciso perché le sue azioni avranno grandi ripercussioni nel futuro. E’ un personaggio interessante che mi ha sempre affascinato.

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I complimenti vanno anche a tutte le persone che hanno lavorato al trucco, Infatti, rispetto al primo film il trucco è molto migliorato soprattutto quello del T-800 quando, gradualmente, si rompe e qui è stato ottimo il contributo di Jeff Dawn. Quasi tutta la troupe del primo film torna nel seguito e anche Brad Fiedel torna alla colonna sonora con le musiche che ormai tutti noi conosciamo e a cui siamo affezzionati.

Terminator 2 – Il giorno del giudizio è un film fatto con lo stesso impegno e passione del primo ma con un budget più elevato (il primo era costato meno di 7 milioni mentre questo 100 milioni). Un film d’intrattenimento che ha lasciato il segno nella storia del cinema e che è riuscito a parlare di tematiche importanti come la vita umana e di come ognuno di noi valga, non importa chi tu sia.

Spero vivamente che la recensione vi sia piaciuta.
Hasta la vista, baby!

 [The Butcher]

Tra un mese o poco più uscirà nelle sale il sesto capitolo della saga di Terminator ovvero Terminator – Destino Oscuro. Nonostante non fossi molto contento di un nuovo film su questa saga (visto quello che hanno combinato dal terzo in poi), alla fine ci sono stati alcuni elementi che hanno destato la mia curiosità: la trama che sarà un seguito di Terminator 2 (e quindi non terrà conto degli altri film), il ritorno di Linda Hamilton eni panni di Sarah Connor e il fatto che sia tornato James Cameron nelle vesti di produttore. Tutto questo mi fa ben sperare.
Ed è anche per questo motivo che ho deciso di recensire tutte le pellicole dedicate a questa macchina mortale (o forse i primi due capitoli diretti da Cameron, devo ancora vedere).

Quindi, senza perdere altro tempo, cominciamo con il primo capitolo del franchise, Terminator (The Terminator), pellicola fantascientifica del 1984 diretta e scritta da James Cameron.

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Trama:
A Los Angels arrivano due persone inviate dal futuro, la prima è un Terminator, un cyborg assassino con sembianze umane il cui unico scopo è quello di uccidere una ragazza chiamata Sarah Connor, mentre l’altro è un soldato chiamato Kyle Reese che invece deve proteggere la donna. Il soldato spiega a Sarah perché il Terminator stia tentando di ucciderla: nel futuro la rete di difesa di intelligenza artificiale chiamata Skynet otterrà una propria coscienza e si ribellerà all’uomo scatenando una guerra nucleare. John Connor, il futuro figlio di Sarah, diventerà il leader della resistenza umana e porterà Skynet verso la sconfitta. Per questo il Terminator vuole uccidere Sarah, per impedire che John Connor nasca.

La cosa che mi ha sempre incuriosito è come a Cameron sia venuta l’ispirazione per questo film. Mentre era a Roma, il regista ebbe diversi incubi causati dalla febbre e in questi vedeva un torso metallico con dei coltelli che si trascinava fuori da un’esplosione. Quando si dice che non tutto il male vien per nuocere. Così scrisse la sceneggiatura della storia e il suo lavoro venne notato da Gale Anne Hurd, un’assistente di Roger Corman, che acquistò i diritti del lavoro di Cameron (per un solo dollaro!) e vole che lo stesso Cameron fosse il regista della pellicola. Dopo aver trovato i fondi (non tanti) Cameron si mise a dirigere il film e questo è l’esempio perfetto di come anche con pochi soldi ma molta fantasia e abilità si possa creare qualcosa di meraviglioso e unico.

Stavolta voglio iniziare a parlare del lato tecnico e in special modo degli effetti speciali. Cameron voleva che fosse Dick Smith (Taxi Driver, Il padrino) a occuparsi degli effetti ma quest’ultimo rifiutò e suggerì il suo amico Stan Winston. E in questo caso vorrei parlare della guerra del futuro e della sua messa in scena. Mi ha sempre sorpreso come siano riusciti a creare un ambiente post-apocalittico con un budget così misero. Per crearlo infatti vennero fatte diverse miniature. L’ambientazione infatti è tutta una miniatura e ciò che mi sorprende è come siano riusciti a creare profondità di campo utilizzando tecniche come la prospettiva forzata. Per spiegarvi meglio la prospettiva forzata descriverò un’inquadratura dove ci sono vari teschi e c’è in primo piano un teschio con altri distanti dietro di esso. Per creare questa prospettiva hanno messo davanti alla telecamera un teschio di dimensioni normali mentre gli altri sono in realtà teschi in miniatura e sono messi lì accanto. In questo caso per aiutare la prospettiva e per non far capire che erano modellini (sia i teschi sia il resto del luogo) utilizzarono una luce molto intensa.

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I mezzi di combattimento HK sono stati creati molto bene, adoro il design dei carri armati e ho adorato anche gli HK voltanti. quest’ultimi molto difficili da realizzare. Il problema infatti era di farlo volare senza che dondolasse, essendo attaccato a a dei cavi. Anche i laser sono fatti con una certa cura, infatti non sembrano per niente bidimensionali (come di solito succedeva in questi film) e, attraverso alcuni effetti ottici, sembrano avere una certa consistenza.
Per inserire invece gli attori nella miniatura post-apocalittica furono utilizzate proiezioni frontali e anche retroproiezioni.
Un’altro ottimo utilizzo delle miniature venne fatto con la scena della cisterna. Per molto tempo ho pensato che avessero fatto esplodere veramente un camion e invece sia il set sia il veicolo erano in miniatura (non potevano fare esplodere una cisterna vicino a una stazione di polizia e potevano crearsi problemi con il fuoco).

Inizialmente il Terminator doveva essere molto diverso da quello presente sullo schermo, infatti doveva essere un personaggio anonimo, quasi una persona comune che nessuno nota, capace di confondersi nella folla. Un’idea che mi piaceva molto ma che hannp dovuto cambiare quando Arnold Schwarzenegger accettò il ruolo del cyborg (diciamo che un cultista alto 1,90 cm non passa proprio inosservato). Quindi per il momento abbandonarono l’idea del Terminator anonimo (che però riutilizzeranno molto bene nel seguito) e crearono invece un Terminator che spaventasse appena lo vedevi. Il cyborg di Arnold fa veramente paura perché riesce a dare l’impressione di trovarsi di fronte a un essere potente e infermabile, capace di fare atti orrendi per arrivare al suo obiettivo . Adoro anche i movimenti che fa dato che non sono semplicementi robotici. Alcune sue mosse sono molto precise , non fanno movimenti inutili o accentuati come a volte può apitare con gli umani. E apprezzo molto il modo con cui il Terminator si guarda intorno, girando prima gli occhi e dopo la testa. Sono questi piccoli dettagli che ci fanno capire la stranezza di questo essere.

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Il cast è stato scelto con molta cura e i due attori che rimangono impressi a tutti sono sicuramente Michael Biehn e Linda Hamilton. Il primo nel ruolo di Kyle Reese è incredibilmente credibile nella parte. Un soldato del futuro che ha visto orrori indicibili, i quali continuano a perseguitarlo e a farlo soffrire. La sua è veramente un’interpretazione grandiosa e gli altriattori che interpreteranno Reese, nonostante se la cavino bene, non riusciranno a eguagliare questa performance.
Il personaggio interpretato da Linda Hamilton, Sarah Connor, è a mio avviso il più interessante. A inizio film lei è una ragazza come le altre, con la sua vita, il suo lavoro e i suoi interessi, non sembra qualcuno di speciale. Una ragazza normale che a un certo punto viene attaccata da un mostro robotico e si ritrova in un storia più grande di lei. E la cosa bella è che non si fa trascinare dagli eventi, col tempo matura e cresce, ha un cambiamento e alla fine la vediamo tirar fuori gli artigli e affrontare il Terminator come era accaduto ad esempio a Ellen Ripley in Alien.

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In questo film Cameron ha anche modo di dimostrare la sua bravura come regista. Ha dei tempi perfetti, il film dura un’ora e quaranta e non annoia mai, sa bene quando passare dalla tensione all’azione e sa anche quando bisogna dare spazio ai personaggi. Con la sua regia è riuscito a creare momenti stupendi. Qui vorrei citare la in cui il Terminator tenta di uccidere Sarah la prima volta in discoteca. Questa scena è girata al rallenty ma non ce se ne rende conto quasi per niente perché la sequenza ha un che di onirico dovuto anche alle luci e alla situazione carica di tensione.

In ogni inquadratura e in ogni scena si può chiaramente vedere la passione di Cameron per questa storia e la sua voglia di portare sullo schermo un bel film. A venire in suo aiuto arriva anche la leggendaria colonna sonora di Brad Fiedel. All’inizio il compositore non era molto contento di dover creare le musiche per un film a basso costo ma, dopo aver visto il film, si è impegnato parecchio, creando un ritmo caratterizzato da strumenti a percussione che rendono l’azione del film ancor più emozionante.

Alla fine Cameron ha portato al cinema una storia geniale nella sua semplicità ed è riuscito a narrare di argomenti molto interessante senza essere troppo didascalico e senza rallentare il film. Una storia molto intelligente con pochi personaggi ma caratterizzati benissimo e che non esagera con l’uso di colpi di scena.
Una pellicola che giustamente è diventata un cult e che ancora oggi riesce a essere meravigliosa.

Qui si conclude la recensione di Terminator. Ci rivediamo con Terminator 2 – Il girono del giudizio (ma non sono sicuro degli altri visto che Destino Oscuro è il seguito diretto di Terminator 2 e ignorare gli altri).
Spero che la recensione vi sia piaciuta.
Alla prossima!

 [The Butcher]